Minonzio: «Le notizie sono scatole vuote»
"Gli inascoltati siamo noi, tutti." Diego Minonzio, direttore de La Provincia, ha scritto un romanzo che parte da una notizia mondiale per arrivare esattamente nella direzione opposta: verso i micro-eventi che nessuno racconta e che, sostiene, sono i soli a decidere davvero un'esistenza. Il libro è "Gli inascoltati", edito da Polidoro.
Chi sono gli inascoltati
La risposta arriva subito, e non riguarda una categoria di persone ma una condizione generale.
Siamo tutti noi, che urliamo il nostro dolore, la nostra solitudine, e nessuno ci ascolta. Gli altri sono troppo impegnati a urlare il proprio dolore. È un urlo generale, ma nessuno ascolta gli altri.
Minonzio non lo presenta come un difetto morale, ma come un meccanismo di sopravvivenza: il dolore di ciascuno è così strutturato lungo l'intera esistenza che caricarsi anche quello degli altri è possibile solo per poco tempo e in minima misura. "Una difesa genetica, antropologica dell'uomo per poter sopravvivere."

Un direttore, il primo giorno, con la notizia del secolo in mano
Il protagonista è un direttore di giornale nel suo primo giorno di incarico, e proprio quel giorno arriva una notizia che cambia il destino del mondo. Non ha nome, né la città, né il giornale: nessun riferimento riconoscibile, e nessuna autobiografia — l'autore lo mette in chiaro.
Non ci sono personaggi fisici, non ci sono nomi, non ci sono cognomi. Sono maschere pirandelliane che si agitano su un palcoscenico scalcagnato.
Il paradosso su cui il romanzo si regge è che quell'uomo, che vive di notizie, sa perfettamente quanto contino poco:
Le grandi notizie che cambiano il destino del mondo non cambiano affatto l'esistenza delle persone. Quella di chiunque è segnata sempre da eventi che nulla hanno a che fare con le grandi notizie: episodi minimi, microscopici, sconosciuti, che ti colgono in ambito familiare, generalmente in età infantile.
Uno sfregio, un silenzio, un tradimento esistenziale che non si rimargina e guida un'intera vita, anche in modo subliminale. La conclusione è deterministica: non c'è libertà di scelta, c'è un destino che ti conduce. E il direttore ha accettato quell'incarico per vendicarsi di uno sfregio che nessuno conosce; al momento del trionfo, capisce che la vendetta è fallita.

Perché le notizie sono scatole vuote
È il passaggio più duro della conversazione, e riguarda tutti quelli che le notizie le consumano.
A un certo punto gli uomini non possono sopportare oltre una certa misura il carico che queste notizie ci danno. Perché vieni distrutto. E tu cosa fai? Lo rimuovi. Il Covid lo rimuovi.
La citazione che porta a sostegno è da Delitto e castigo: "a tutto si abitua quel vigliacco che è l'uomo". Con una sola eccezione, che è anche il confine oltre il quale la notizia diventa reale:
Salvo che la notizia colpisca il centro del tuo piccolo microcosmo, dei tuoi pochissimi affetti. Se il Covid porta via tua mamma, allora quella è la notizia. Ma la strage dei bambini, anche la cosa più terribile che potete immaginare, a un certo punto la allontani da te. Questa è la triste verità dell'egoismo che ci permette di stare al mondo.

Il cono d'ombra
Fra i personaggi c'è un grande editorialista che vive di convegni e visibilità, in lotta con i colleghi per la carriera. Fa ridere, dice Minonzio, ed è grottesco — ma alla fine è patetico e tragico, "perché è quello che siamo noi".
Il termine che tiene insieme la figura è un gergo di redazione:
Il cono d'ombra è una figura giornalistica: quando il giornalista va in declino, anche se è ancora in redazione, non lo fila più nessuno. Il cono d'ombra del giornalista è l'anticipazione del cono d'ombra finale.
Da lì il discorso si allarga, con un'immagine che l'autore consegna senza attenuazioni: "i cimiteri sono pieni di gente indispensabile".
L'ultimo quarto del libro abbandona il registro comico e porta il protagonista davanti a quello che Minonzio chiama l'archetipo degli archetipi — l'uccisione del padre, che ricostruisce passando per la scena del processo nei Fratelli Karamazov. È la svolta che, per esplicita richiesta, non viene svelata.

Lo stile prima della trama
Sulla natura del libro, Minonzio si appoggia a Céline, autore che nomina più volte e di cui indica Viaggio al termine della notte come il romanzo che "contiene un po' tutto il Novecento".
La cosa più importante di un libro non è la trama, che è un pretesto. L'unica cosa che conta è lo stile: come prendi la lingua e cerchi di plasmarla.
Da qui un investimento dichiarato sulla scrittura, costruita per essere affannosa e ansiosa quanto l'ossessione di vendetta che divora il protagonista. E una scelta consapevolmente fuori mercato — restare sui temi eterni, lontano dalle mode: "di moda ce n'è già troppa in giro".
Il libro è in tour: dopo Milano, Como e Lecco sono in programma Bergamo, Varese e Brescia, più alcune tappe nazionali. Sul futuro da romanziere, nessuna fretta: "non ho l'ansia della grafomania".

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